l’apparenza
Il mondo sembra, ma non è.
Il mondo sembra, ma non è.
L’ossessione per l’immortalità è volgare.
Superiamo la parola genere e parliamo di sessi.
La biodiversità definisce anche la nostra organicità.
Nel futuro torneremo a vivere nelle caverne per poter esplorare nuovi pianeti.
Non è una questione di diritto, ma di ripensamento. Viviamo una crisi di immaginazione.
Il corpo come assemblaggio di specie diverse: gli occhi, il naso, non li abbiamo solo noi.
I big data danno una grande capacità computazionale e possono aiutarci a ripensare in termini sistemici al concetto di salute, intesa come salute circolare.
La nuova chiave di lettura della realtà è il micro. Immaginiamo quante e quali informazioni ci può dare la mappa di tutti i batteri che vivono nella metropolitana.
Ci interessa la ri-realtà: uno squarcio nel reale che non cancella però la realtà. L’incidente del reale arriva come realtà.
Per me un elemento importante è la commozione. Come quando da bambino passava, inaspettatamente, la banda.
È tempo di kinship: di essere vicini, fratelli. Vedo ottantenni che fanno resistenza, accanto ai più giovani.
L’uso dell’intelligenza artificiale nella cura delle malattie cardiache permette di vedere cose che l’occhio umano non riesce a vedere: ci dà la capacità di predire.
Un’epoca di grande trasformazione della specie, in cui la parte femminile emerge alla luce: questo diranno gli storici del futuro.
Il passaggio dalla società della rete a quella di oggi è antidemocratico. C’è stata una verticalizzazione: pochi soggetti controllano la totalità dei dati. Serve una matematica popolare.
Ora si pone la questione dell’alleanza con altre specie che vivono sul nostro pianeta: ci vorrebbero più filosofi e più poeti.
Abbiamo bisogno di tecnologie che si autoriparino e siano in grado di proteggere l’uomo. La tecnologia, oggi, ci aiuta ma ci inquina.
La città è ancora pensata come un leviatano di materia e di gente. Ma la città per vivere ha bisogno di terra, di animali, di grano.
Guardiamoci come passato di qualcun altro: non vogliamo mostrarci migliori?
L’antropocene è una nuova era geologica, in cui la forza trainante del cambiamento non è la terra stessa, ma l’uomo.
La sfida culturale per i prossimi dieci anni è imparare a morire bene: immaginarci come archeologia e permettere la costruzione di una nuova storia attraverso un nuovo racconto.
L’innovazione diventa progresso quando la nuova cura è accessibile a tutti, indipendentemente dal censo.